L’IRAQ DOPO L’OCCUPAZIONE AMERICANA :CRISI POLITICA E GUERRA DEGLI APPALTI

Domenica 18 dicembre poco prima delle 8 del mattino, l’ultimo convoglio dell’esercito Americano attraversa il confine del Kuwait dopo aver lasciato la base militare di Imam Ali vicino a Nassirya. Dopo nove lunghi anni, i marines lasciano per sempre l’Iraq, alle spalle un bilancio spaventoso:4,487 caduti solo tra i soldati americani e 800 miliardi di dollari spesi per la missione. Finisce cosi’ uno dei conflitti piu’ sanguinosi del secolo,certamente il piu’ ricordato, il piu controverso, il cui peso ideologico ha macchiato in modo indelebile le carriere di leader politici di spicco e dei loro establishment, oltre che la storia politica di due grandi superpotenze.

E’ il momento dei bilanci: e’ stata provata piu’ volte l’inesistenza delle armi di distruzione di massa e l’Iraq e’ ormai abbandonato a se’ stesso ma come?. Se da un lato il ministro della difesa americano Pilotto si dice soddisfatto per la missione americana che a suo parere e’ riuscita nel suo intento di rendere l’obiettivo dell’autonomia irachena una realta’, dall’altro il nuovo esecutivo e’ attraversato da una crisi, che non ha affatto il sapore di essere passeggera.

Le divisioni interne tra Sunniti e Shiiti minacciano l’unita’ del governo ed e’ di pochi giorni fa la notizia di un attentato ai danni del parlamento iracheno, in cui sono rimaste ferite 200 persone. Secondo il premier al-Maliki la responsabilita’ dell’atto sarebbe da attribuire alle forze sunnite, coordinate dal vice – presidente al-Hashimi,raggiunto nelle ore successive da un mandato d’arresto per atti terroristici.

A preoccupare sopratutto gli Americani e’ anche la politica filo-iraniana del premier Maliki, e la facilita’ con cui l’Iraq liberato dal controllo americano, potrebbe diventare preda non solo dell’Iran, ma anche di paesi quali la Turchia e l’Arabia Saudita.Obama teme che la vicinanza dei due paesi, uniti da numerosi interessi economici sopratutto per la gestione del gas e del petrolio, porti l’Iraq sull’esempio dell’Iran ad assumere una posizione anti occidentale.

La fine quindi dell’occupazione americana potrebbe segnare l’inizio di un rapporto sempre piu’ stretto tra Baghdad e Tehran e quella che doveva essere la fase della rinascita e della stabilita’ dell’Iraq si sta trasformando in un momento di grave conflitto interno del paese. D’altronde era talmente tanta la voglia di andersene dall’Iraq che l’amministrazione Obama ha forse tralasciato importanti aspetti del dopo – occupazione tra cui la stabilita’ politica e la sicurezza.

Il New York Times parla di un attegiamento “low key” degli Stati Uniti nella gestione delle tensioni recenti.Il successo personale di Obama era arrivare al traguardo del ritiro delle truppe e dunque il raggiungimento di questo obiettivo segna contemporanemente la conclusione di un capitolo . Alcuni critici si domandano se Obama paghera’ questa scelta dal momento che a molti non e’ piaciuta la leggerezza con cui l’amministrazione attuale ha condotto l’operazione. l’America non e’ riuscita a concludere con successo la trattativa con il governo Iracheno in cui si chiedeva di garantire l’immunita’ per quella parte del contigente americano che sarebbe rimasto di controllo non solo ad Anbar ma anche in alcune province del nord del paese.

L’Iraq si e’ riufiutato di proteggere i soldati americani e quindi a rimanere sono solo i funzionari addirittura 16.000 in servizio presso l’ambasciata americana ai quali si aggiungono i circa 200 soldati che addestreranno l’esercito iracheno nell’ utlizzo dei carri armati ,degli F16s e degli altri equipaggiamenti acquistati dagli americani.

E la presenza americana sul territorio e’ ancora fortemente osteggiata dagli estremisti fedeli allo sciita Moqdata al-Sadr, non a caso vicino al Presidente iraniano Ahmadinejad, che poco tempo fa ha lanciato un attacco feroce contro lo staff in servizio presso l’ambasciata americana, contro i quali si deve “combattere” fino alla fine.

E quanto alla ricostruzione del paese, un articolo pubblicato lo scorso 16 dicembre sul Financial Times, riflette sui fragili equilibri alla base del delicato processo di ristrutturazione dell’Iraq.Il titolo ” Iraq’s economic spoils go to nations that shunned the war” marca i toni di questa fase.A spartirsi i guadagni dello sfruttamento economico del paese sarebbero sopratutto i paesi che da sempre hanno espresso contrarieta’ nei confronti della guerra esclusi invece gli interventisti tra cui Stati Uniti e Gran Bretagna.

Turchia, Iran, Cina, Corea del Sud, Italia e gli Stati Arabi hanno gia’ investito miliardi in Iraq superando America e Inghilterra nei settori quali trasporto, telecomunicazioni e edilizia. Fatta eccezione del settore energetico gli investimenti da parte di quei due paesi che cosi fortemente hanno appoggiato l’intervento in Iraq, sono stati davvero modesti.Lo stesso al- Maliki, non nasconde il proprio disappunto e parlando alla camera del commercio americana dichiara: “non siamo soddisfatti del numero di aziende americane in Iraq”.

Il motivo secondo Gala Riani, senior analyst per il medio oriente presso la IHS Global Insight, risiede nella prudenza con cui molte aziende americane hanno deciso di operare per disperdere il sospetto che alla base dell’invasione vi fossero motivi di lucro. Quasi tutti i settori dell’economia irachena hanno bisogno di nuovi investimenti. Il piano nazionale per la ricostruzione del paese della durata di 5 anni inlcude un totale di 2,700 progetti e un valore totale di 186 miliardi di dollari.

Nel caso della Gran Bretagna a scoraggiare gli investimenti in Iraq e’ stato il lungo dibattito sulla giustezza dell’invasione. Gran parte degli inglesi ancora punta il dito contro l’ex premier Tony Blair per aver trascinato il paese in una guerra ingiusta.A questo aspetto si aggiunge l’inchiesta Chilcot voluta dal governo precedente per analizzare il ruolo e coinvolgimento dell’inghilterra nella guerra.

Saddam non c’e’ piu’ il futuro dell’Iraq non sembra affatto roseo, aspetti come la sicurezza, l’unita’ politica e l’economia del paese, ancora vacillano nella piu’ assoluta incertezza.Viene dunque spontaneo chiedersi che cosa sia relamente cambiato da prima a dopo e se l’occupazione, come molti hanno sempre creduto, non abbia in realta’ contribuito a destabilizzare la posizione dell’Iraq all’interno del medio oriente e gli equilibri dell’intera regione.

Secondo l’America l’Iraq e’ in condizione di totale autonomia, anche se nei fatti le cose non sono cosi’ .Se di equilibri si parla a contribuire alla crisi, oltre alla fine dell’occupazione americana, c’e’ da citare il peso di quello che accadra’ nella vicina Siria.Secondo alcuni analisti la caduta del regime di Assad, porterebbe ad un ritorno al potere della maggioranza sunnita siriana, evento che potrebbe conferire nuovo potere ai gruppi sunniti iracheni in cerca di una loro autonomia.

Se pensiamo al senso che “la primavera araba” ha avuto negli altri paesi mediorientali, per alcuni con la fine dell’occupazione americana e’ giunto il momento per il popolo iracheno di confrontrarsi con chi governa il paese,ed eventualmente approfittare di questa nuova fase per cambiare le cose. Le conseguenze delle recenti sommosse negli altri paesi della regione e non solo la Siria stanno avendo un impatto decisivo.  In quest’ottica dunque la partenza delle truppe americane, potrebbe aver causato la crisi e inconsapevolemte generato i presupposti per una rivoluzione.

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